Ultima modifica: 21 gennaio 2015

In visita al Ministero

Ancora una scena di quella lunga (epica?) vicenda:

“In Trastevere, (il ministro) Pedini ci ha ricevuti in piedi, all’ingresso del grande salone del palazzo del ministero. Ci ha presentato due direttori generali, la segretaria e un altro funzionario, credo un ispettore superiore. Ci ha invitati a sedere intorno al gigantesco tavolo per le riunioni ad. alto livello, lui a capotavola coi suoi direttori seduti accanto, scocciatissimi, e la segretaria quieta e cortese. Al suo saluto, tra il cordiale e il burbero, stile padre di una grande famiglia, poiché mi ha scambiato per il preside in carica del liceo, ho creduto bene di rispondere io. Mi sono alzato a mia volta e ho parlato. I ragazzi sostengono che mi sono comportato male. Insinuano che ho bevuto troppo al pranzo che ci ha offerto la ditta Torno a Latina, dove siamo stati in mattinata a vedere il pozzo di cemento che dovrà contenere la pila atomica della nuova centrale nucleare, ammesso che i lavori riprendano, sospesi per ora o comunque rallentati. A mezzogiorno, un ingegnere della ditta ci ha invitati a pranzo a Latina Lido; ed è possibile che la siesta in pullman per giungere in tempo a Roma all’appuntamento pomeridiano in Trastevere non sia stata sufficiente a smaltire il vinello dei Castelli che ci hanno servito a tavola senza economia. Sicché sembra che io abbia esordito rivolgendomi ai ragazzi anziché rispondere al saluto, e dicendo loro di ficcarsi bene in mente la scena, perché è più facile per un preside della scuola italiana entrare in paradiso che non nel salone del ministero e avere a disposizione il ministro in persona e soprattutto due direttori generali. Sembra altresì che abbia aggiunto che non potendo chiedere nulla di serio né che ci venisse ammannita la riforma delle superiori su due piedi, essendo il ministro dimissionario per la crisi di governo, noi comunque non ci saremmo mossi da quelle comode poltrone, così riposanti dopo il tanto camminare del mattino, se prima non avessimo ottenuto le più ampie assicurazioni a proposito del decreto di intitolazione a Elio Vittorini del nostro liceo. Ben poca cosa, all’apparenza; in sostanza, pare abbia detto, faccenda capitale per il futuro della scuola, dal momento che dopo due anni ancora non s’è trovato il tempo di risolverla. A testimonianza della nostra risolutezza, sembra addirittura che io abbia invocato le ombre dei ministri della P.l., i cui quadri adornano le pareti della sala, I’uno accanto alI’altro, come i ritratti degli antenati nella galleria di un palazzo gentilizio. Il bello è che Pedini ha immediatamente ordinato alla segretaria di cercare la pratica e che la bella signora, con molti sorrisi, è subito uscita dalla sala. Il che mi ha piuttosto, come dire disgustato. Ho scritto e fatto scrivere al ministero per questa pochezza; nessuno ha risposto. Volevo lasciare quel nome al mio liceo, ci tenevo e credevo di meritarmi questa stupida soddisfazione. Niente. Questi signori nemmeno rispondono e poi scattano per far vedere a venti ragazzi, che cosa? che il mondo gira nella sua orbita matematica? Io che a scuola ho sempre voluto sbrigare le pratiche in giornata! Perché ero bravo? Ma no, semplicemente per togliermele di torno e non pensarci più. Costoro che le covano a fare? E’ questo che non capisco, che mi manda in bestia. Perché se l’indugio è per le cose da poco, che sarà per quelle realmente determinanti, di peso? E poi non è vero che non capisco. Come non riconoscere qui la razza dei padroni? Il loro stile, perché non si scordi con chi si ha a che fare.”

(E.Barelli, Il Liceo di Piazza Frattini, Mondadori, 1982, pagg. 224-5)